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La coronarografia è considerata da molti un esame
rischioso e quando si parla di “rischio”, si pensa immediatamente
alla possibilità di morte. Va detto che questo rischio oggi è
praticamente assente in tutti i centri cardiologici più importanti.
La mortalità della coronarografia in questi centri
è inferiore a un caso su tremila pazienti ed il rischio riguarda
solo persone di età assai avanzata o affette da malattia coronarica
eccezionalmente grave. E’ ormai assodato che la coronarografia è
scevra da pericoli nella stragrande maggioranza dei casi. In definitiva,
al giorno d’oggi la coronarografia non deve essere più vista
con timore, grazie al miglioramento degli strumenti con i quali si effettua
e alla notevole esperienza acquisita dagli operatori, soprattutto nei
centri migliori. La paura connessa a questo esame non ha quindi motivo
d’essere. Essa deve essere sostituita dall’interesse di poter
guardare, dentro se stessi, una parte vitale del proprio corpo in azione.
La vulnerabilità delle coronarie dipende soprattutto
dalle loro dimensioni: i processi di restringimento – che possono
verificarsi con il passare degli anni un po’ su tutte le arterie
del corpo – sono molto più dannosi nelle coronarie, che hanno
un lume interno nell’ordine dei 10 millimetri quadrati, piuttosto
che su arterie come le carotidi, che hanno un lume intorno ai 35 millimetri
quadrati. Oltretutto, visto che il cuore lavora e pulsa senza sosta, ha
bisogno di molto più sangue di tutti gli altri organi, che possono
concedersi il lusso di riposare anche a lungo. Ecco perché il cuore
“ha dolore”. L’ angina pectoris è il dolore che
viene dal cuore quando un restringimento coronarico impedisce che il flusso
sanguigno sia pari alle richieste di lavoro del muscolo.
Che cosa si vede con la coronarografia
in questi casi? Si vede che il lume interno di un’arteria è
ristretto.
Ecco due esempi di arterie coronariche con restringimenti,
indicati nelle fotografie da una freccia.

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